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venerdì, dicembre 16

Ghiacci

La testa annidata tra le braccia sul tavolo, una sonnolenza generata dalla strematante condizione, il freddo grande padrone. Ventotto giorni in quella catapecchia, ultimo avamposto del deserto bianco e tomba di molti. Si reggeva con dei pomodori essiccati dentro scatole di ghiaccio. Non c'era più combustibile, resisteva solo con le pellicce sovrapposte, recuperate dagli ultimi compagni di sventura che lo avevano lasciato. Quando fu spalancata la porta, neanche si mosse.
Brus pensò subito fosse morto; gli spostò leggermente il capo per scoprire di chi fosse quel cadavere.
Un grugnito sordo ad occhi socchiusi, Brus lo riconobbe subito: "Gunter!"
continua...

lunedì, novembre 7

La terra dei giorni perduti




Sabbia nella bocca, nel naso, la pelle tirata dal sale secco. Era un giorno non giorno, un
tempo di sospensione, quando non si sa se è l'alba di un nuovo tempo o il tramonto di un tempo che è stato. Quando sei sbattuto dalle
onde, nel mare aperto, anche se nuoti non deciderai tu quale è la direzione ma la corrente che ti trascina da sotto, spostandoti
con tutta la sostanza che ti circonda e avvolge, materiale e immateriale, e non ti accorgi di nulla.
E così quando mi ritrovai in quella landa, in uno strano silenzio, non sapevo altro pensare che a distinguere terra da mare e la terra era
la vita e il mare la morte benevola che mi aveva risparmiato.
Quando decisi di aver mangiato sabbia a sufficienza, mi alzai pronto ad esplorare quel mondo. Ero sicuro che oltrepassando le dune,
avrei individuato dei segni, perché era finito il tempo di Ulisse. Però quel silenzio somigliava al silenzio di una stanza vuota, di una
antica chiesa, di una fattoria notturna; quel silenzio era un'attesa, l'attesa di risate di bambini che risuonano tra le pareti,
di un coro femminile che intona Hildegard von Bingen, di un solitario abbaiare alla catena. "Lo sai, no? Lo sai che siamo di passaggio?!",
la constatazione di xxx che non era una domanda, una banalità che ora si faceva largo nella memoria, "Lo sai, no?!?" Diamine, dove mi
trovavo! Neanche dopo l'ho mai capito! Segni umani c'erano, una strada al limite del canneto e un gruppo di case in lontananza, la mia meta,
però di quale realtà? C'era una volta un vecchio pastore che non accendeva mai la legna del camino: "A che serve? tanto si consuma e finisce".
Allora a che serve vivere, si consuma e finisce... e c'era questo villaggio dove la gente non parlava e aveva gli sguardi fissi.
Il maniscalco e la faccia contrita dallo sforzo, perenne, il metronotte con l'asta protesa verso il lampione, una signora davanti
la vetrina di cappelli con un viso soave. Tutto apparentemente immobile, appena mi giravo la signora non c'era più, vicino al lampione
al posto del metronotte un cagnetto con la zampa alzata, mi giravo di nuovo e la vetrina dei cappelli era sparita in un muro cieco
e il maniscalco piangeva con un abito nero. Di quel luogo era rimasta l'essenza, tutto il resto della realtà svaporato, come l'acqua
sulla pelle e il sale che cristallizza. La realtà di ciò che è stato e di che sarà non è irrealtà. L'irrealtà è l'immaginazione,
la fantasia, non esiste. Ma quello che mi circondava era inconfondibilmente reale, tutto, una apparente irrealtà. Attimi che fuggono,
attimi perduti e bruciati, non c'è terra che li accolga, fuorché quella. Chi ci arriva rischia di perdersi, restandone ipnotizzato. Non avendo confini, non mi restò che tornare al mare e
al mondo degli attimi presenti, dove con occhi provati, vidi che tra le pieghe di un attimo e l'altro c'erano degli abissi infiniti.

lunedì, novembre 15

Roma Edo andata senza ritorno parte 3


parti precedenti 1 2
- Quello era l’Ortaccio degli Ebrei, ci coltivavano morti. E questa è la porta, in apparenza senza una funzione, decoro architettonico, gioco curioso ed attraente per i turisti, il viale rettilineo che punta a San Pietro esisteva da prima che Piranesi vi frapponesse la porta… Perché eccedere in questo massiccio apparato? Non bastava un cancello? non bastava… La porta serve a tenere bloccato qualcosa dall’esterno… qualcosa di molto antico. Una difesa della chiesa o una difesa del potere della chiesa… c’è una sottile differenza… Vedi, i turisti guardano nella serratura, dalla parte esterna e vedono la cupola di San Pietro. Ho la sensazione che quel qualcosa stia premendo di più ultimamente. La porta sbarra l’ingresso a qualcosa di nocivo, però così non permette alle negatività che sono già dentro, di uscire. Se ora tu provassi a puntare l'occhio dall'altra parte della serratura? dalla parte opposta… capiresti di che sto parlando…

Questa piazza ricca di effigi, contiene il segreto della porta, ed è semplice individuarlo. La serratura punta frontalmente questo altorilievo, che è un'antiporta. Vi sono i simboli della famiglia dei Rezzonico, coloro che sovvenzionarono i lavori. Armi e scudi che bloccano l’uscita. Gli scudi sono premuti dalla porta della villa del Priorato di Malta. I due ingressi si fronteggiano, sono contrapposti. Se la porta del giardino fosse aperta, gli scudi perderebbero la loro efficacia e si frantumerebbero dietro la forza perennemente all’erta, dietro l'antiporta.

- Cosa dovrei vedere dall’altra parte della serratura? È già visibile da qui, questo pietrame scolpito…

- No, quello che vediamo da qui è dalla nostra pacifica dimensione, per noi il male non ha una consistenza fisica. Dall’altro lato ti apparirà in tutta la sua verità, ciò per cui la porta è perennemente chiusa.

-Tu l’hai mai visto?

Io no, mi è impossibile. Non posso fronteggiarmi con l’altro lato, sarei subito colto.

- Colto da cosa? E io sì? Voglio dire, se questa storia fosse vera e dico che posso anche crederci, dopo la mia esperienza, perché se tu me l’ avessi raccontata un mese fa, avrei pensato che mi stessi coglionando; se fosse vera, perché non sarei in pericolo? perché non sarei colto da un accidenti che è, rispetto a te?

- Ma… A. io non sono un essere comune… non posso, non sai… te lo dirò… non ora.

- Che diavolo! Mi sono stancato, come si fa ad entrare in ‘sto posto?

- Ci vuole un permesso, conosco qualcuno. Io però aspetterò da qui, vicino all’altorilievo e tu mi dirai cosa vedi.


continua...

mercoledì, novembre 10

Roma Edo andata senza ritorno parte 2

(...continua dalla 1)

-La senti?

-Che... questa musica?

-Sì, da dove viene?

-Deve essere il fuori di testa di questa palazzina qui a fianco. Ma non distrarti…

-È particolare, mi entra dentro, cosa è?

-Ma … non so, ha gusti strani, quello!

-No, davvero, è il sottocoro, pieno di ritmo, è trascinante. Roba dell’Est.

-Ah, può essere, sua madre è dei Balcani.

-Che significa, non è che uno deve essere per forza di …, non è che io devo essere giamaicano se ascolto il regge.

-Oh, ma che vuoi? È colpa mia se sua madre è balcana!? E basta, non distrarti, non è uno scherzo.

-Vai, è mezz’ora che aspetto!

-Mezz’ora … ma ma.. senti un po’… Ok. Chiuso. Allora, ti ho detto che mi ero incontrato con M nel giardino delle rose?! Tutto quello che ci è successo dopo, non è una favola, lei te lo può confermare, anche se ora è partita.

-Il giardino delle rose… era il cimitero del Ghetto. Sai, il Ghetto prima era molto più esteso.

-Può sembrare strano, ma io non ricordavo il posto, e sì che ci sarò passato decine di volte…

-E i tuoi amici, si sono più visti?

-A parte che non sono amici miei, semmai il contrario. No, scomparsi…

-Ma sei andato a controllare dove bazzicano di solito?

-Sono passato vicino al bar di uno di loro, quello col quale trattavo la roba, mi sono tenuto un po’ alla larga però.

-Forse non li hai incocciati…

-Guarda che quelli sono dei bastardi, ti pare che se stavano in giro non si facevano trovare, per tirarmi il collo? Cazzo, io gli ho soffiato una partita. Non ci mettono niente a sgozzare qualcuno, per molto meno.

-Mi avevi detto di avere smesso!

-E ho smesso, solo quel conto in sospeso, ma guarda che sono tre mesi che non commercio più la merda.

-Quando torna M chiedile di portarti in Giappone, è l’unico modo per esser sicuro di…

-Lo vuoi capire che quelli sono spariti, spa ri ti?!

-Toh, è finita la musica.

-Allora?

-Ah, no, ha riattaccato…

-Non mi dici niente? Cosa ne pensi?

-Penso che i tuoi amici se li è portati il diavolo…

-Cioè, in che senso?

-Nessun senso … vediamoci sabato, ti faccio vedere qualcosa che ci aiuterà a capire. Faccende in sospeso, di tanti anni fa, che non ho mai affrontato. Credo che sia giunto il momento.

continua parte 3

lunedì, novembre 8

Mah

Non è che lui sapesse bene cosa scrivere. Erano anni che non metteva mano ai quaderni, e neanche tanta voglia di farlo; era convinto che tutto quello che aveva da scrivere lo aveva scritto; per il resto si sarebbe ripetuto perché la vita dell'uomo è quella che è. Si può anche distendere come un elastico ma sempre della stessa materia rimane, sia in quantita che in qualità. E se uno è imbecille lo sarà sempre e in qualunque luogo del mondo, anche frequentando tutte le civiltà e vivendo tutte le età; e su uno è riflessivo e profondo lo sarà anche sparato sulla Luna o nella ressa di un bordello di Taiwan. È che l'imbecillità se uno ce l'ha non se ne rende conto, e anche lui non era tanto sicuro; lo doveva leggere negli occhi della gente, ma se ci riusciva, se diventava consapevole di essere anche lui un imbecille, allora in quel momento non lo sarebbe stato. Boh, forse è meglio essere inconsapevoli, e lasciare fare alla natura. Oh, ma non doveva scrivere di imbecillità, erano un paio di mesi che rimuginava di scrivere su porte misteriose...

mercoledì, luglio 14

La triste vicenda di monsignor Mascambruno epilogo

Se una decapitazione non è già un epilogo, quale altro epilogo sarà? ogni essere umano ha pari dignità ed è doveroso chiedersi che fine avesse fatto lo spedizioniere genovese Brogliardelli. I Genovesi si erano rifiutati di consegnarlo al Regno Pontificio. Purtroppo il Brogliardelli aveva la brutta abitudine, per lui in quei tempi, di andare in chiesa, perché era un devoto. Quando si trovò all'interno di una chiesa a Genova, fu immediatamente catturato per ordine del Vescovo di Genova, perché le chiese erano extraterritoriali, e subito menato a Roma. Molti altri spedizionieri ebbero la stessa sorte. Il 27 luglio del 1652 vennero eseguite le condanne a morte di Brogliardelli e di un suo collega sostituto. Essi furono trasportati su due carri per le strade della città, sino al Ponte di Castel Sant'Angelo dove vennero giustiziati per impiccagione, la sorte dei plebei, poi bruciati e le ceneri gettate nel Tevere.

I due avevano confessato molti imbrogli, inerenti il loro mandante Mascambruno, il quale invece non aveva confessato nulla, e solo la prova materiale del matrimonio portoghese di tipo DICO, aveva permesso di condannarlo alla pena capitale.

Nessuno di loro aveva commesso omicidi, il Mascambruno si era limitato a fare quello che alcuni prelati dirigenti gentiluomini del Papa fanno oggi normalmente di prassi. Il Padreterno sarà pure eterno e immutabile, ma evolve con noi, per non dare al Papa una minima dritta per quei bricconcelli di Propaganda Fide che offrono a prezzo stracciato gli immobili della Santa Sede ai potentoni per avere favori. Sarebbe un rotolar di teste continuo...

lunedì, luglio 12

La triste vicenda di monsignor Mascambruno

"Finalmente i giudici pronunciarono contro di lui la sentenza capitale conforme, che meritavano i delitti commessi. Che fosse menato per le strade più frequenti di Roma, e che avanti al Palazzo della Dataria gli fosse tagliata la mano destra, e poi menato in Campo de Fiori fosse quivi strozzato dal Carnefice, ovvero gli fosse data la mazzola in testa, e poi fosse appiccato per un piede, e finalmente il suo corpo fosse abbruciato, e le ceneri gettate nel Tevere."
Che aveva fatto di tanto grave monsignor Mascambruno, da meritare una condanna così crudele, da quel benedetto tribunale pontificio, che sottostava all'ispirato messo di Cristo in Terra, sua Santità Papa Innocenzo X, nell'Anno del Signore 1652?
Si potrebbe ipotizzare un delitto efferato, pluriomicidio, mangiatore di bambini, affogatore di neonati, al più aver fatto prigioniere le novizie di un Convento e spulzellate ad una ad una. E vabbe' ci stava pure... e invece niente di tutto ciò. Il volere del Papa è il volere di Dio e così sia; a quell'epoca, il Padreterno, non ispirava molto i suoi ambasciatori, faceva crepare gli uomini per molto meno. Uno che è eterno... che ha la resposabilità di un intero Universo... mah... si sofferma su certe effimere questioni... E pensare che oggi i delitti di Mascambruno sono dalla Chiesa ben accetti, ed è anche ben lieta di allearsi con persone che li praticano come prassi comune, ogni tempo ha un suo Dio, incontro alle esigenze degli uomini di potere. Ma andiamo con ordine...

Il pazientissimo Giacinto Gigli, riportava nel suo diario tutto quello che era degno di nota, non tanto della sua vita, ma della storia della città. Ed a lui che lasciamo il racconto che sicuramente è testimoniato dai fascicoli del Processo conservati nell’Archivio Vaticano.

"“Questo fu di bassa condizione, dalla Marca, e si chiamava Francesco Canonici, il quale fu sollecitatore di un certo avvocato di Casa Mascambruni, e lo servì con tanta diligenza, che morendo, gli lasciò tutta la sua Libreria, e egli seguitando la professione di Procuratore, lasciato il suo Cognome de Canonici, si prese il Cognome di Mascambruno, et delle prime cose proseguì una certa causa di Casa Pamphili, e la terminò con tanta felicità, che si acquistò la grazia del Cardinal Pamphili in tal modo, che fatto Papa lo fece Sotto Datario, e perché il Datario, che era Monsig. Cecchini era stato fatto Cardinale, Mascambruno era quello, che andava all’Audienza del Papa, e faceva segnare le suppliche della Dataria, e seppe così bene insinuarsi nella grazia del Papa, e di tutti i suoi, che gli volevano grandissimo bene, e gli furono confidati grandi segreti. Fu fatto Prelato, e ebbe una buona Abbazia, e fu fatto Canonico di S. Maria Maggiore, e poi di S. Pietro, e ebbe diverse altre pensioni e benefici.

Con questa autorità, e comodità che aveva, incominciò quest’uomo ad accumulare molti denari, e per denari faceva servizio a molte persone, facendo segnar dal Papa (il quale fidandosi di lui, non leggeva, se non il titolo delle Scritture) suppliche indegne, e dispense illecite, e quando era concesso ad alcuno qualche beneficio egli a suo beneplacito v’imponeva la pensione per se stesso, dicendo che così il Papa gli aveva ordinato. Queste cose fece egli, ma con maggior libertà, poiché era molto potente appresso al papa. Ma essendo stato creato il novo Cardinal Pamphili, il quale come Nipote del papa, e cardinal Padrone, voleva alle volte far conseguire dei benefici e pensioni alli suoi favoriti, e perciò non solo faceva i rescritti nei memoriali, ma anche talora per maggior caldezza, vi mandava il Marchese Astalli suo fratello in suo nome a parlare a Mascambruno. Gli cominciò a dispiacere questa cosa grandemente, e cominciò a pensare come potesse levarselo davanti, e disse al Papa, che il March.e Astalli ogni giorno lo importunava per ottenere pensioni e benefici e cominciò a persuadere il Papa, che lo facesse partire di Roma, e anche con qualche occasione mandasse fuori il Cardinale stesso. E già il Papa aveva cominciato a dire al Cardinale che il March.e suo Fratello, tutto il giorno andava a dar fastidio al sotto datario con nuove suppliche, e che era bene che si partisse di Roma, e andasse a stare nel suo Marchesato. E di ciò si era sparsa la voce per tutta Roma, che il Papa voleva cacciar di Roma tuti i parenti del Cardinale. Il Cardinale vedendosi così perseguitato, si risolse di manifestare al Papa un eccesso gravissimo, che aveva commesso il Sotto Datario; e la prima volta, che ritornò all’Audienza e che il Papa gli tornò a dire il medesimo, egli rispose, che suo fratello non portava al Sotto Datario se non suppliche meritevoli, ma che Sua Santità avvertisse bene, perché Mascambruno gli faceva segnar suppliche indegnissime, e ciò dicendo si cavò di petto un memoriale, nel quale si conteneva il caso seguente.

In Portogallo un certo Sig.re avendo fatto vestire da fanciulla un ragazzo, l’aveva sposato con le solennità del Matrimonio per mano di un Parrocchiano, ed essendosi scoperta tal cosa, erano stati carcerati tutti tre dai Giudici della Sacra Inquisizione. Ad istanza di questi tali, Monsig. Mascambruno Sotto Datario, fece segnar dal Papa una supplica, nella quale si faceva grazia, che la loro Causa non fosse giudicata dai Giudici della Sagra Inquisizione, ma che fosse rimessa ad un certo Vescovo parente di d.o Sig.re.
Avendo il Papa inteso tal cosa gli dispiacque grandemente, e essendosi certificato, che ciò era la verità, disse a Mascambruno, che lui era stato tradito, e parlò con molto risentimento. Si dice, cha la supplica fu scritta con un titolo falso, che nella sommità del foglio diceva: Dispensa Matrimoniale, e poi che fu segnata dal papa, con le forbici fu tagliata una striscia dove era quel tutolo falso, e vi fu scritto il titolo vero. Il Papa la segnò senza leggerla, credendo secondo il titolo che fosse dispensa lecita e consueta.
Mascambruno ne riportò un donativo di quaranta mila scudi, e vedendo che il Papa ne stava alterato. E temendo che, se lo Spedizioniere che aveva scritta quella Supplica fosse stato preso, potesse nocere a lui (era questi un tal Brogliardelli Genovese, che abitava appresso la Chiesa Nova) se ne andò alle cinque ora di notte a trovarlo a casa e gli portò cinque mila scudi, e gli disse che subito se la cogliesse di Roma. Così lo spedizioniere se ne fuggì, lasciando la moglie con li altri, li quali non molti da poi furono tutti presi e menati in prigione. Furono presi anche molti altri spedizionieri e altri uomini e donne, e ogni giorno se ne menavano carcerati tanti, che si diceva che erano più di cento persone.
Mascambruno ebbe molta comodità di poter fuggire, ma confidando forse troppo di se stesso, o sperando nella benevolenza e grazia del Papa, non seppe farlo, onde fu preso come ho detto il dì 22 di gennaro nel Palazzo della Dataria, e quando gli comparve avanti il Bargello, e gli disse che doveva menarlo nella Carcere, egli voleva in ogni modo andare in abito di prelato, ma non gli fu concesso, e fu menato in carrozza vestito con sottana e mantello come un prete ordinario. E poi che si seppe la sua carcerazione, vennero a Roma li parenti del già morto avvocato Mascambruno, e dissero che non essendo costui del loro sangue, non era conveniente che dovesse apportare infamia alla lor famiglia e però fecero istanza che dovesse nominarsi Francesco Canonici, e non con il cognome di Mascambruno da lui usurpato, e così fu fatto. Vennero poi molte querele di coloro che erano stai aggravati da costui e furono manifestati molti casi nei quali aveva ingannato il Pontefice, facendogli segnare suppliche illecite, e di matrimoni sino tra fratelli e sorelle e altri molti tutti gravi.

Lo spedizioniere genovese, che era fuggito, e non si sapeva dove fosse andato, scrisse una lettera ad un suo amico pregandolo, che gli fosse raccomandata la moglie. Quel tale portò subito la lettera va Monsig. Governatore, e così essendosi saputo, che stava in Genova, mandarono a pregare i Genovesi, che glielo dessero in mano, il che essi non volsero fare.
La prima volta che Mascambruno fu menato avanti al Fiscale per essere essaminato, fece instanza di una delle due cose, o che vi fussero presenti due testimoni, li quali sottoscrivessero a quello che lui aveva deposto, o vero che egli stesso voleva sottoscrivere la sua deposizione, et così fu fatto sempre, che dopo che il Notario haveva scritto le sue risposte, egli le rivedeva, et poi sottoscriveva di sua mano, et lineava tutta la margine della carta acciò che niuno vi potesse aggiungere cosa alcuna, et si mostrò nelle sue risposte tanto accorto, cauto et scaltrito, che faceva stare il Giudice a segno, et vedendosi che il fiscale era insufficiente ad esaminarlo fu levato di offitio, et fatto un altro in suo loco, et quello perché pareva che gli andasse con rispetto, et lo favorisse, gli fu dato un altro Giudice per compagno, il quale fu anch’egli deposto dall’offitio, et cominciò ad esaminarlo Monsig. Governatore istesso, al quale furno aggiunti quattro altri Giudici, dalli quali era rigorosamente essaminato ogni giorno, et durava l’essame gran pezzo, sino a sette, et otto hora continue, et egli stava sempre avvertito nelle sue risposte, che non si lasciava convincere, et essendo interrogato, perché haveva fatto segnare (per esempio) la tal supplica? Rispondeva, che lui non haveva fatto cosa alcuna senza mostrarla prima a Sua Santità, overo rispondeva, domandatene alla Sig.ra D. Olimpia, che vi dirà il perché. Altre volte rispondeva, che lo domandassero al Principe D. Camillo o al Principe Giustiniano, o al Principe Ludovisio, e così non negava di haver fatto quella cosa, ma ne attribuiva la colpa a questi Signori, che potevano commandarli. Un'altra volta domandato perché haveva fatto la tal cosa? Rispose, io non posso dirlo a voi, menatemi avanti al Papa, che ve lo dirò. Con questi modi pareva a lui di non potere essere convinto, et non hebbe altra maggior cosa contro, se non che gli fu menata in faccia la moglie di quello Spedizioniere Genovese, la quale gli disse, che lui di notte era stato a casa sua a trovar suo marito, et gli haveva portato cinque mila scudi, e dettogli, che se ne fuggisse via di Roma. Queste cose, et questo essame si continuava per molti giorni et mesi, nel quale tempo non vi fu inditio di poterli dare alcun tormento come si consuma con i delinquenti carcerati; ma ne anco si arrendeva per i patimenti et strapazzi di una lunga prigionia, poiché stava in secreta, solo, con i ceppi a piedi, mangiava pochissimo, e per forza, non si spogliava, e poi gli aggiunsero le manette alle mani, perché dicevano che si era voluto strozzare da se stesso, et nell’essame stava tante hore in piedi col capo scoperto che era un gran patire, massime in un homo avvezzo a molte commodità.

Fra tanto Monsig. Mascambruno carcerato stava ancora in Segreta et si era ammalato, et per li patimenti era molto trasformato. Con tutto ciò non si arrese mai, ma con l’istesso animo, stava forte, cauto, et avvertito, come haveva fatto sino da principio, a non dir cosa, che li potesse esser di danno. Et essenso interrogato perché aveva fatto segnare alcune suppliche indegne, rispondeva che il Papa prima di segnarle le aveva viste, ovvero diceva, che ne domandassero la causa alli parenti del Papa. Per la qual cosa molti dicevano, che costui sarebbe stato liberato. Altri dicevano che essendo stato quest’uomo confidentissimo del Papa, et domestichissimo dei suoi parenti, et partecipe di gran segreti, bisognava che in ogni modo morisse, perché se rimaneva in vita, essendo stato disgustato, poteva dopo la morte del Papa nocer grandemente alli suoi parenti.
Hora perché chiaramente appariva per più di 30 suppliche, che erano state segnate per mezzo suo degne di severo castigo, onde il Papa diceva di esser stato tradito; ancorché egli non havesse mai confessato di haverle fatte per se stesso, ma per ordine et volontà di chi li poteva comandare; non di meno tutti li Giudici lo dechiarorno degno di morte, conformandosi con molti esempi di casi simili altre volte eseguiti in tempo di Papa Leone Decimo, et altri. Il Papa però volendo che il tutto passasse con ogni equità et raggione, commandò a doi avvocati li quali furono il Boncompagni et il Pasqualone, che lo difendessero. Questi, havendo visto e diligentemente studiato il Processo, il quale era di undici mila fogli, non trovarono cosa per la quale costui meritasse di perdere la vita, ne meno la robba. Laonde in una lunghissima congregazione, che durò otto hora avanti li giudici di questa causa, l’avvocato Boncompagni fece un lungo raggionamneto et disse che la Santità del Papa gli haveva commandato che pigliasse sopra di se la difesa di questa causa e che egli sebbene era povero gentiluomo, haverebbe volentieri pagato 500 scudi del suo per essere libero da un tal peso. Che se egli voleva por mente alla voce del popolo, et al grido universale, facilmente concorrerebbe con gli altri a dire che Mascambruno meritava la morte. Ma che si come coloro li quali per poter scoprire alcuna cosa lontanissima o piccolissima, si servono dell’occhialone il più perfetto, che si possa trovare, così egli poteva dir veramente di haver adoprato l’occhialone, avendo con ogni esquisita diligenza, et attenzione sottilissimamente osservato et considerato tutto il lunghissimo processo, et con tutto ciò non haveva scoperto alcuna cosa, o causa di morte, ne di confiscatione di beni, ma solamente al più di qualche altra pena molto minore, et che di questa sua diligenza et verità egli ne chiamava in testimonio Iddio. Si dice che mentre l’avvocato queste et altre simili parole proferiva, tutti li Giudici si cambiorno di colore in faccia, et Monsig. Farnese Governatore di Roma gli disse, Sig. Boncompagni V.S. in loco di far l’offitio di avvocato, è venuto hoggi a farci una Predica, et ha fatto l’offitio di Predicatore. Replicò l’Avvocato che lui haveva detto il suo senso per la verità, che del resto, se ad essi pareva, che fusse altramente, facessero come gli pareva. Finalmente li Giudici pronuntiorno contro di lui la sentenza capitale conforme, che meritavano li delitti commessi. Che fosse menato per le strade più frequenti di Roma, e che avanti al Palazzo della Dataria gli fosse tagliata la mano destra, e poi menato in Campo de Fiori fosse quivi strozzato dal Carnefice, ovvero gli fosse data la mazzola in testa, e poi fosse appiccato per un piede, e finalmente il suo corpo fosse abbruciato, e le ceneri gettate nel Tevere. Questa sentenza così rigorosa fu moderata che gli fusse solamnete tagliata la testa. Il che fece il Papa per sua benignità et gratia del Principe D. Camillo suo Nepote; overo come dicono per privilegio che hanno li signori Canonici di San Pietro, che se alcuno di loro commettesse qualche delitto, per il quale meritasse qualsivoglia altra sorte di pena grave et ignominiosa, non se gli possa dare altra pena, che di troncarli il capo. Si dice che il Papa ne pianse, perché gli voleva tanto bene, che se non si scoprivano questi suoi demeriti, nella prossima passata Promottione l’haverebbe fatto Cardinale.

A dì 14 Aprile domenica dopo pranzo, Francesco Canonici già Sotto Datario detto Monsig. Mascambruno fu menato in carrozza serrata dalle Carceri di Tor di Nona alla chiesa di S. Salvatore in Lauro per degradarlo dalli Ordini Sacri. Concorse popolo infinito per vederlo, ma tal cerimonia fu fatta a porte serrate. Costui non si credeva mai di dover essere fatto morire laonde diede in una gran smania, e giunto in chiesa cominciò subito ad esclamare che li suoi nemici l’avevano condotto a quel termine; gli fu risposto che non era tempo allora di quelle parole et egli voltandosi a Monsig. Sacrista, il quale fu quello che lo degradò, lo chiamava per testimonio, e consapevole di quante persecuzioni lui aveva avute da chi li voleva male, e disse tanto, et parlò tanto, che fu bisogno di metterli la mordacchia.
Fu poi ricondotto in carcere, dove con gran fatica si ridusse ad accettar la morte volentieri, e disporsi a morire. Fu decapitato avanti giorno, e la sua testa fu la mattina delli 15 aprile esposta in Ponte nel loco dove sogliono esser morti i malfattori, et doppo un hora circa vi fu portato anco il suo corpo vilissimamente vestito in una bara, et accomodatavi la testa, et dopo poco tempo fu la bara portata dentro la cappelletta che sta appresso al Ponte, nella quale si confortano i condannati, et quivi stette serrato sino ad un hora di notte, et poi fu portato via senz’altro lume, che di una sola lanterna, non si sa dove. Questo fu il fine di quest’uomo, il quale da bassi natali giunse alli honori ecclesiastici con gran stima, fasto et vanità et più anco sarebbe asceso se per avarizia non si fusse traviato dal giusto et dall’honesto"".

fine

giovedì, aprile 8

Roma Edo andata senza ritorno parte 1



preambolo
Isshina - È come Kadō.
Nino - Se cadi te reggo io.
Isshina - Ah ah, no cado, Kadō… ah ah!
Nino - Che stai a di’? Nun te capisco.
Is - No, io no cado eh eh.
Nino - Stai sempre a ride’. E ridi… e ridiamo. Isshina… mannaggia… mannaggia…
Is - Cosa managgia?
Nino - E cosa...
Is - Dici cosa…
Nino - Sì, ma non cade’. È che più ridi e più me piaci. Te prego, nun ridere.
Is – Ah ah ah che dici tu, io non capire… nun eh eh nun che vuole dire?
Nino – Non.
Is – Non… non devo ridere?
Nino - Ma no, così per dire. Annamo?
Is – Annamo, eh eh .
Nino – Annamo? Ah no, eh?! Basto io a biascica’ l’Italiano.
Is – Molto bello qui.
Nino – Eh sì. Non è molto che c’è ‘sto giardino. Quando ieri m’hai detto che te piacciono li fiori, m’è venuto in mente l’Aventino.
Is – Qual è rosa che piace di più a te?
Nino – Rosa? Rose rosse, sarò banale ma le rose rosse me attizzano.
Is – Attizzano?
Nino – Me mettono foco, fuoco.
Is – Sì, fuoco. Ma rosso è anche sangue.
Nino – No, è triste sangue, perché?
Is – Sangue…
Nino – E che d’è mò, sta faccia? Oh Isshina, che c’è?
Isshina si gira intorno, colta dal panico.
Is – Andiamo, io ho presentimento cattivo.
Nino – Stai calma, non c’è niente, tutto tranquillo.
Is – Sì, tranquillo… tutto tranquillo, andiamo.
Nino si dirige per una scorciatoia, la vuole accompagnare a casa dell’amica prima che questa vada via.
Nino – Aumentiamo il passo, il treno le parte tra un’ora. Mi lascia le chiavi per te, così puoi rimanere a Roma ancora per qualche giorno. Se svoltiamo di lì dimezziamo.
Nella penombra di un viottolo, sotto una cascata di frasche, penzolanti da un alto muro antico, dei balordi stanno affaccendati in loschi traffici. Nino, appena accortosi della loro presenza , fa dietrofront trascinandosi Isshina. “Nino!” , una voce dal gruppo, tonante, metallica si prolunga in un'eco e gli arriva allo stomaco come un cazzotto. Nino ha un piccolo sbandamento, Isshina lo guarda in volto, lui è sbiancato, prosegue facendo finta di niente. “Nino, che fai non saluti gli amici?” Nino guarda avanti, si trovano in uno stretto intestino murato, privo di uscite laterali. Si ferma.
Isshina – Chi sono?
Nino si irrigidisce, trattiene il respiro. Poi, come liberatosi da un’ardua decisione, butta via tutto il fiato: “Isshi, tu ora vai avanti, non ti fermare, non ti girare” “Ma Nino… “ “Vai!”, la spinge docilmente. Isshina si volta per cogliere il suo sguardo ma lui è irreversibile: “Non ti girare, non ti girare”.


“Allora? Ci devi dare qualcosa, vero? Non parli? Prendete la ragazza”
Nino si getta sul gruppo e grida: “Scappaaa, Isshi…”, un forte colpo dietro la nuca lo ammutolisce e stende.
La ragazza incomincia a correre, terrorizzata. Entra in un labirinto di vicoli, sente i passi dei due teppisti schiaffeggiare i basoli bagnati. Chiama aiuto ma sembra che nessuno abiti quel luogo, quelle case. Finalmente distingue una figura, seduta ad un uscio, una donna anziana è assorta al ricamo. “Signora,, chiami aiuto, mi nseguono dei delinquenti …” La donna, alza lo sguardo, ha le pupille grigie, consumate: “Se tu conoscessi tutti gli uomini del mondo, dovresti anche piangerli tutti” “Cosa? Chiamate aiuto!” I teppisti si fermano a pochi metri, notano la donna e avanzano piano. La vecchia si alza lentamente e si frappone alla ragazza; con la mano destra tocca il viso di uno di loro, ne segue i lineamenti; si ferma sulla fronte, il teppista accenna ad una reazione ma si blocca disorientato: “Che diavolo…?” L’altro si getta sulla ragazza, la blocca per un polso.


"Questa terra è consacrata"
"Che dice la vecchia?"
"Ragazzi, c'è troppa gente, andiamocene..."
"Che cazzo stai dicendo? Stiamo solo noi e la vecchia"
"Troppi, ci hanno circondati"
"E levati quella mano dalla fronte, prendiamo questa e filiamo"
"Oh cazzo, ci stanno addosso, ci stringono ci stringonoo..."
"Ma cosa..."
Spariscono tutti. Isshi si guarda intorno agitata. ma quando incontra lo
sguardo sereno della donna, sente infondersi una grande serenità.
Inchina il capo e se ne va.
Sopraggiunge Nino: "Sapessi che è successo!"
"Sono scomparsi"
"Sì... anche a te?"
"Sì, guarda... quella signora...", si gira. "Lì, c'era una donna... sarà entrata..."
Isshina si sposta, qualcosa non la convince. "È un terrapieno?"
"È un terrapieno, perché cosa deve essere?"
"Io ho visto porte, finestre, entrate, erano case... la donna stava all'uscio
di una porta. Non c'è più niente."
""Non mi meraviglio, ci è capitato qualcosa di molto strano".

parti successive
continua parte 2
parte 3

lunedì, marzo 15

favole interpretative POLLICINA E IL PISELLO MAGICO parte seconda

Nonnetto Silvio racconta


Favole interpretative autentiche


Sotto l’alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica e del Consiglio dei Ministri
Sette favole per sette giorni
secondo le nuove disposizioni del ministero della P.I. sul decreto interpretativo autentico
favola del martedì

...................POLLICINA E IL PISELLO MAGICO... parte seconda

Pollicina scavò una piccola buca vicino casa e ci seppellì il pisello bello panciuto. Quella notte dormì placidamente facendo sogni di gloria. Il mattino dopo fu svegliata dall’urlo della madre. “Oh cosa è quell’albero ? per poco non ci sradicava casa” “Ma è il pisello! Mamma, è diventato un fusto altissimo” “Arriva sino in cielo, buca le nubi. Forse è addirittura arrivato nel castello del Signore di tutte le Terre” “Davvero mamma? Il signore… forse si sta avverando il sogno, sarà lui il mio principe azzurro?” “Ma chè, quello è un orco gigante e cattivissimo, dicono che mangia anche i cristiani” “Ma è ricco?” “Sì, ricchissimo” “Allora, io non sono razzista. Questo è l’importante, non è bello chi è bello ma è bello chi tiene i soldi. Ora salgo lo conquisto e torno” “No, figliola, è pericoloso, ti mangia” ”Non temere, so come si fa? “Ah, lo sai?” “Cosa?” “Come non detto…” “Così Pollicina si inerpicò per l’altissimo albero.. alto… alto… alto. Giunta finalmente in cima, si trovò in un giardino stupendo, con fantastici giochi d'acqua e c’era anche un vulcano finto che fumava e tante statue di donne nude. Era tutto bellissimo, oltre al castello. Pollicina si fece coraggio e bussò. Toc toc, nessuno, allora entrò perché la porta era socchiusa, era gigantesca. Tutto dentro quel castello era gigantesco. Incominciò a temere che l’orco fosse veramente molto feroce. Quasi quasi pensò che era meglio andarsene… e girò i tacchi. Quando una voce la paralizzò. “Ucci ucci sento odore di gnoccuccia!” Si girò intorno, non vide nessuno, eppure la voce era vicinissima. “Ucci ucci sento odore di gnoccuccia” “Chi è?? Orco sei tu? fatti vedere!” “Sono qui, bella gnocca!” Pollicina abbassò la testa, un ometto bassetto stava giusto sotto le sue cosce, in piedi per giunta. Dallo spavento, gli diede un calcione che lo fece andare a sbattere contro il muro. “Cribbio! E che maniere!” “Maniere? Chi sei tu, brutto gnomo, che ti intrufoli sotto la mia gonna, come ti permetti?” “Io sono l’orcooo!” “Tu l’orco? ah ah ah… l’orco… Orco? Prrrrrrh ah ah ah” “Graur, io sono il Signore di tutte terre” “Ah, sei tu? beh, le cose cambiano …” “E che cavolo! Ma come hai fatto a salire sin qua su, io mi sono creato apposta questo luogo inaccessibile per non farmi vedere da nessuno. Se sapessero che sono una sola, che figura di meschino…” “Sono arrivata qui grazie al pisello magico” “Davvero? Tu ha fatto crescere un pisello magico?” “Certo, sono esperta ormai” “Che brava. Anch’io ho un pisello magico, ma non riesco a farlo lievitare di nulla” “Eh sono cavoli tuoi” “Senti bella fanciulla? Perché non provi a far crescere anche il mio pisellino? Se ci riuscirai io ti farò diventare l’amministratrice di tutti i campi di legumi” “Lamminestra che?” “No minestra… ministra l’amministra… “ “La ministra? Non so cosa sia, però suona bene” “Urca se suona, ti sto dando un’opportunità per poche” “Va bene, ci sto. Fammi vedere il pisello?” “Sigh, eccolo!” “Stai messo male, dammi la lente di ingrandimento!” Sob, puoi fare qualcosa?” “Non so, il mio che ho curato era certo piccolo ma non come questo. Qua ci vuole un miracolo” “Provaci su, ed io ti farò amministra… ministra”
Pollicina lavorò il pisello fino a tarda sera. Lo accarezzò, lo concimò, con del concime costoso che si era procurato lo gnomo orco. Niente, il pisello non voleva saperne di lievitare. “Non ce la faccio più, sono stremata” “’Ngueee ngueeé… neanche tu… ngueeé … ho un pisellino inutile… misero me. Che me ne faccio di tutte le mie ricchezze, se ho un pisellino così mal ridotto?” Pollicina fu mossa a compassione, più che altro le interessava il posto ambìto. “Su su non fare così. Ora mi rivolgo ad una mia amica espertissima. Si occupa solo di ortaggi, il nome è tutto un programma: Germìna. Come fa germinare lei…” “Sì, chiama la tua amica, se ci riuscirà prometto anche a lei un posto di amministra…” “Ce l’hai un cellulare?” “Ma sei scema? Siamo nel EMME EVO e per giunta BASSO, dove lo pigliò un cellulare? Usa la palla magica, sono un commerciante di palle magiche. In tutto il mio regno i sudditi vedono dentro le mie palle magiche, che io opportunamente trucco per farmi vedere grande grosso e bello” “Sei furbo tu, nanetto. Al mio paese si dice curto e male ‘ncavato” . “Tieni cara, questa sfera non è ancora sotto controllo, la puoi usare” “Germìna? Pronto, Germìna? Ciao Germìna, come va? ...bene grazie. Senti bella… ho un problema con un pisello. No un pisello, un pisello pisello… sì. Senti, tu che sei esperta… come posso fare per… sì… ah bene… capito… sì. Grazie Germìna, a buon rendere. Poi ti faccio sapere. Grazie.” Appena chiusa la chiamata, l’orchetto prese la palla di vetro e la scaraventò a terra fracassandola. “E perché?” “Perché non l’avevo taroccata. Dimmi dimmi che cosa ti ha detto la tua bella amica” “Bella?” “L’hai chiamata bella … “ “Che c’entra? Dicevo così, per convenevoli. E poi se vuoi saperlo… Germìna è un cesso, almeno rispetto a me, modestamente” “Che ti ha detto?” “Uhm, ha detto che lo devo mettere in un luogo umido e caldo” “Orsù, procedi pure… hai già in mente un posto?” “Mmhh… forse… sì un posto lo avrei, lascia far me…”
Pollicina procedette. Il mattino seguente, una bella pianta di pisello sorgeva rigogliosa nel giardino del castello. L’orchetto tutto contento si mise a salterellarle intorno abbracciando Pollicina. “Evviva evviva. Dài, danza con me.” “Vai piano orchetto, piano ahi ahi. Lo so io cosa mi è costato trovare un luogo umido e caldo, ahi ahi. Cosa si deve fare per diventare ricche e famose ?!“ Fu così che Pollicina ritornò dalla madre e grazie al servizio reso all’orco, passò il resto della sua vita ricca e famosa. Mentre l’orco, ogni tanto faceva salire su esperte contadine per curare il pisello del giardino. Tutte lautamente ricompensate, nell’amministrazione dei suoi poderi immensi. E vissero tutti felici e contenti.

...fino a quando non arrivò Jack ed il suo fagiolo magico...
Fine

(parte prima)

domenica, marzo 14

favole interpretative POLLICINA E IL PISELLO MAGICO

Nonnetto Silvio racconta


Favole interpretative autentiche


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secondo le nuove disposizioni del ministero della P.I. sul decreto interpretativo autentico
favola del martedì

.....................POLLICINA E IL PISELLO MAGICO....parte prima

Pollicina e il pisello magico è il presequel di Jack e il fagiolo magico.

C’era una volta una bella fanciulla che viveva con la madre in un’umile dimora di contadini. Giunta in età da marito sentì la necessità di uscire fuori dalla miseria sognando di incontrare un principe azzurro. Un giorno passeggiando per i campi mangiando un grande e saporito filoncino con la solita porchetta, si imbatté in una vecchietta malferma indebolita dalla fame. “Bella fanciulla, mi dai un po’ del tuo panino?” Pollicina, senza neanche pensarci un attimo: “No!”, perché era stronza dentro. La vecchia infatti con una flebile voce commentò:” … che stronza…”. “Cosa hai detto vecchiaccia ?” “E che devo dire? Sto inguaiata di questa maniera” “Ah, mi pareva…” e fa per andarsene. Ma la vecchietta la richiama. “Aspetta, facciamo uno scambio. Se mi dai quel panino io ti do…”, si mette una mano nella tascona della veste unta, “ … questo!” Pollicina si avvicina per vedere meglio. “Questo? Ma è un piccolo pisello, piccolissimo pisello. Casso me ne faccio?” “Questo è un pisello magico” “Vecchiazza, se è un pisello magico perché non lo usi tu?” “… ggrrrrr…” (la vecchietta digrignò dalla rabbia perché aveva assodato che Pollicina era veramente una grande stronza (assodato e non lo ripeto più), ma cercò di trattenersi per non urtare la sua suscettibilità, in quanto aveva una fame da lupi. “… bella fanciulla, cara, cara… io sono troppo vecchia per svegliare le doti magiche di questo pisello” “E quali sarebbero queste doti?” “Se lo saprai curare come si deve, da piccolo che è questo pisellino lieviterà e leviterà al punto da diventare enorme e ti porterà verso la fortuna” “Come lo dovrei curare ‘sto coso?” “Grrrrr eh grr mpff eh eh che cara… come si cura un pisello? La mamma non ti ha detto niente?” “Cosa cazzo mi deve dire?” “Ecco appunto … cioè voglio dire, tua mamma sarà contadina, in questo paese di contadini, saprà come si coltivano i legumi e compagnia bella” “Sì, mah… boh!” “Senti cara fai come ti pare, l'importante che non lo maltratti” “Sì, va bene se lo accarezzo?” “Sì, va bene, basta che mi dai questo panino!” “Ok, dammi il pisello” “Il panino prima…” “No, prima il pisello…” “Grr, tieni… “
Per farla breve, Pollicina se ne torna trotterellando a casa con questo minuscolo pisello.
“Mamma, mamma guarda che mi ha dato una vecchietta, in cambio del panino!” “Cosa?” “Ecco!” “Cosa?” “Qui, nella mano!” “Cosa?” “Maaaa, che sei ciecata?! è qui.. cioè … azz si è fatto ancora più piccolo… sarebbe un pisello” “Figlia mia, sei veramente scema, hai dato la tua colazione in cambio di un niente” “Quella vecchia fetente… mi ha preso in giro, per non dire volgarità…” E detto questo strinse forte i pugni per la rabbia, con gran sorpresa, il pisellino lievitò. “Ooh, ma allora la vecchietta aveva ragione”
Per diversi giorni, Pollicina curò il pisello come un cucciolo. La madre la guardava e la compativa, fino a quando non si ruppe le scatole. “E basta mò, la vuoi piantare?” “Hai ragione, è giunto il momento di piantarlo” “Sì domani…” “No, faccio stasera…” “Buonanotteee!” “Vai già a letto?” “Uaaah fammene andare altrimenti la strozzo” “Mah?!”
fine prima parte
parte seconda

giovedì, gennaio 14

Usi e costumi romanacci di una volta?



Credevo che una scena simile, oggi, al centro di Roma fosse improbabile. Si sa, il popolo, quello romanaccio e caciarona, è stato (ormai fu) cacciato alle periferie appositamente costruite, per dar posto alla sofisticata società. E invece ho appurato che ancora qualcosa vive, di politicamente scorretto, ultimi aliti, o meglio grida popolaresche in dismissione .
Una delle stradine che immettono su corso Vittorio Emanuele, lato Tevere, di fronte Piazza della Chiesa Nuova, un primo pomeriggio estivo, silenzioso, di quiete da pennichella. C’è un signore vestito in modo distinto al cellulare, fa qualche passo, si ferma, ride, una piacevole e tranquilla conversazione al riparo in questa viuzza dove le auto non passano, quando… splasch! Uno scroscio d’acqua fetente a meno di due metri da lui. Alza la testa sorpreso. Una vecchietta dall’apparente aria innocua, con una bacinella, espletata la funzione sta per rientrare dal balconcino, come se nulla fosse.
“Ma signora… che modi!”
“Oh, che vòi?”
“Ma dico, per poco non mi inzuppava. Non si fa così”
“Io faccio come me pare e mo ne getto pure un altro”
“Lo faccia in casa, non fuori!”
“In casa non ci ho dove buttarla, che devo da’ conto a te? Ma fatte un po’ li cazzi tua!”
“Che indecenza, che inciviltà…”
“Ma vattene un po' a fanc… ‘a ‘nvedi questo…”, e tutta una serie di contumelie irripetibili inclusi mortacci.
Il signore sbalordito si gira intorno per trovare testimoni di quel rarissimo comportamento umano creduto estinto. Ci sono io in lontananza in piazza, allargo le braccia per fargli capire che ho visto, annuisco sorridendo, giusto per dargli un po’ di consolazione, ma dentro rido ignobilmente di gusto.
La vecchia esce di nuovo con un’altra bacilata e senza neanche vedere sotto, butta… risplasch!
Il signore, ora a distanza di sicurezza, accenna di nuovo ad una protesta: “Ancora?! Signora!”
“Aah! Te stai ancora qua a roppe' li co...? Ma chi ti ci ha mandato? E ora perché non te ne vai dove t'ho detto, tu e tutta… e chi non te lo ha detto, … e ‘mo t’ho detto!!!”

domenica, luglio 26

Giulie' e Terencie e Andreone er murenone

Questa è la versione riveduta e scorretta di un bel racconto d'amore a puntate del blog della simpaticissima Balua, dove ovviamente rimando per la appassionante lettura completa originale, ricca di spunti per la psicologia al femminile.
In questa puntata la nostra eroina romantica Giulietta, della provicia di Siena, dopo varie vicissitudini in Italia, si trova a lavorare nella reception di un albergo in Cornovaglia. Terence ed Andre' sono due istruttori sub al seguito di due coppie clienti dell'albergo.

Era una splendida sera, sul promontorio, seduti davanti al mare di Cornovaglia, la luna le stelle, nulla di meglio per una dichiarazione romantica, Terence parve confidarsi con Giulietta.
T- “Certo che è difficile trova’ quella giusta! Nella mia vita ho avuto solo delusioni, tante donne, nessuna che te capisce veramente come sei fatto dentro, se fermeno solo all’involucro, mai er vero amore!”

G- “Ti capisco, ma… tu non eri di Grosseto?”

T- “Ah, ehm… È mi’ cugino, de ’a provincia de Latina, anche un po’ burino. Così… Ma te stavo a di’?”

G- “Che non trovi l’amore giusto…”

T- “Che me manca? ‘so bbello come er sole, modestamente ci ho un fisico da Dio, ma nun me basta, dov’è la femmina che me fa strilla’ er core, dove?”, scrutava con sguardo ieratico la volta celeste come se la cercasse tra le miriadi di stelle, ma ogni tanto di sott’occhio controllava lo sguardo di Giulietta, per capire se lo ascoltava appassionata.
Giulietta sognante, pensava che era lei la donna della sua vita, che lo capiva e avrebbe fatto uscire di lui la parte migliore. E si strinse di più al suo possente braccio.

G-“Forse è più vicina di quanto tu possa immaginare”.

Terence pensò: “questa è cotta ar punto giusto, quasi quasi ce provo subbito”
T-“Giulie’!”

G-“Sì, Terence?”

T-“Io sento che tra noi c’è quarcosa, non so, er quid, come spiegamme, ce se quajia va!”

G-“Anch’io lo credo!”

T-“E allora, siccome che la vita è breve, bisogna magna’ la mela prima che fa er verme, dovemo coje’ la palla ar barzo, ogni lasciata è perza, cojona l'attimo fuggente… e soprattutto siccome che dopodomani devo parti’, pe’ non riducce all’urtimo giorno … perché non ce provamo?

G-“A far che?”

T-“A fa’ zum zum!”, e accompagna col tipico gesto Oxford.

G-“Non capisco”

T-“Oh, ma sei de coccio, ce fai o ce sei? A scopaaaa’!”

G-“Terence, in amore tutto è concesso, anche darla alla prima uscita, la mia risposta è sì, te la dò”.

Terence pensò: “Ammazza la santarellina! Questa è più scafata de mi’ sorella, quela cretina che co’ ‘a storia de’ tutto è concesso… s’è inculata ‘a epatite, veramente se è inoculata ma a lei è bona anche ‘a prima parola. Aho, me devo preoccupa’? speriamo che nun tiene malatie”, rivolto a lei: ”Anche perché sto senza preservativi e devo ave’ er tempo de trova’ na farmacia de turno, un distribbutore funzionante, un giesse aperto in questo posto de meerda, dove nun se trova manco er cazzo”.

G- “Non preoccuparti, amore, uso la pillola del giorno dopo”.

T-“E ‘sti cazzi?!”

G-“Come?”

T-“Dico, che me fido de te”, e aggiunge col pensiero: ”… co’ ‘r cazzo! questa deve avere tutto l’ abbecedario de i virus, anche l’aiddese. Me ne metto due de preservativi!”

G-“Che bello, mi fido di te, la canzone di Jovanotti, sarà un segno del destino?”

T-“Ma che stai a di’?”

G-“La cantiamo insieme?”

T-“Giulie’, dovemo da scopa’, mica anna’ a Saremo! E poi adesso non ci ho tempo. Devo porta’ quei quattro scemi a fa’ ‘na escursione subbacquea notturna; me pagheno, sennò io li lascerebbe pure affoga’. Vado e quando vegno te apro come ‘na ostreca”.

G-“Sì amore, che poetico e romantico sei, mi troverai ad aspettarti nella mia stanza con la mia perlina. Sarò in fremente attesa”.

T-“Sì sì, frema frema, come dici te. Cia’!

G-“E il bacio?”

T-“Er bacio? Uhm, tie’!

G-“Me lo hai dato sulla guancia?!”, delusa.

T-“Te desidero troppo pe’ sciupa’ subbito er desiderio (e ricazzi, così me mischi come minimo un erpese)”.

G-“Ti amo anche per questo, per il tuo sapere aspettare!”

T-“Sì, ciao ciao e conservame la perlina ar cardo!”



Alle tre di notte Terence si presentò grondante alla porta di Giulietta.
G-“Caro… ma non ti sei tolto neanche la muta?”

T-“Me spojo qui pe’ nun perde tempo, tra ‘n paio d’ore, quelli vojono fa’ ‘n’ ‘artra escursione, li mortacci lora!”
Terence si sfilò la muta, era senza costume. In piedi nudo davanti il letto di Giulietta, già tra le lenzuola.
Giulietta strabuzzò gli occhi interdetta, fissando sorpresa le parti basse di Terence.
Terence era in posa con le mani sui fianchi e le gambe leggermente divaricate, si accorse dello sguardo indagatore di Giulietta: “Che è?”, abbassò la testa per guardarsi l’organo. “Ahò! l’acqua d’’a Cordovaglia è ggelida, e poi ce lo sai che a trenta metri de profondità tutto se comprime, è ‘a legge d’ ‘a fisica, e daglie er tempo de fa’ a decompressione, no?!”

G- “Sai Terence, io non mi sono innamorata di te per il tuo aspetto fisico, per la tua prestanza, il tuo metro e 90 di carne scelta senza grassi, tricipiti bicipiti quadricipiti dorsale trapezio deltoide, la tua tartaruga… nooo, mi sono innamorata del tuo sguardo magnetico, perché ho capito che in te c’era qualcos’altro, oltre l’uomo irresistibile ormonale, qualcos’altro da salvare, da redimere, qualcosa di buono da far uscire...”

T- “Eh, sì capisco... Hai trovato in me, insomma, quer quarcosa in più…”

G- “Ecco, vedi… quer quarcosa in più… quarcosa in meno direi… a Terencie… ma vattene un po’ a fancu’… Co’ ‘sto mezzo centimetro scarso de bottoncino, che te la menavi tanto, manco ‘na tellina d’er mare de Torvajanica apri. E io che ci ho perso pure er tempo. A sogna’ come ‘na deficiente, sotto ‘e stelle, a di' tutte que 'e stronzate su 'a amore, a sognamme 'na scopata co' i controfiocchi. Ora capisco 'a storia de l’involucro, quello che ce sta dendro… perché tutte te piantaveno. Ma va va, nun vale manco la pena de apri’ bottega.”

T- “A Giulie’, e che me lasci così? Senza consuma’, e ‘a perlina?

G-“’A perlina? te la ficchi int’er ... mmmh… vattene va’ prima che me fai diventa’ vorgare”.
Terence mestamente fa per aprire la porta.

G-“A rincojionito, che stai a usci’ nudo? Che me vuoi fa’ licenzia’? arimettete la muta”.
Lo guarda mentre si riveste, scuotendo la testa pietosamente a braccia conserte. Poi ha un’ esclamazione: “ aspetta ‘n po’!”

T-“Hai cambiato idea, me la dai?”

G-“Manco te ce penzi, no, te lascio un’ ambasciata. Va’ a chiama’ il tuo amico, come se chiama? Andre’, quello che sembra ‘n deficiente, ‘che mò la devo spegne' 'sta caldana che ci ho sotto, me sta a carbura’ da stamatina. “

T- “Chi? Andre’, Andreone?

G-“Ah, Andreone se chiama, nun ce lo sapevo”.

T- “Andreone, Andreooone... Sigh, sigh … finisce sempre così”

G- “In che senso?”

T- “Nel senso che quer fijo de ‘na mignotta, co’ ‘a scusa de fa’ er timido, dopo caccia er sorpresone, er murenone che nun perdone… e le spunisce tutte… Mannaggia a me , mannaggia!”
Apre la porta, verso Giulietta dubbioso: “Io glielo dico, però non so se in questo momento è disponibile. L’ho lasciato che se stava a porta’ in camera le due clienti che a mare hanno pescato er murenone e mò lo vojiono assaggia’. Hanno mandato in libbera uscita li due cornutoni a ‘mbriacarse ar pabbe”.

G-“Hai capito ‘sto Andreone?!”

T-“E me sa che stanotte come me rimani anche tu a digiuno, eh eh”, con un sorrisino di rivalsa.

Giulietta si alza di scatto: “Te lo dici te che sto a digiuno, dove c'è posto per tre... come fa quela canzone? (canticchia cercando la sottana)... aggiungi un posto a tavola che c'è un'amica in più... Stasera se magna de fino! murena gratinè!”

T-“Ammappa Giulie’, sei veramente senza fondo. In confronto a te so’ un pischello, e pensa’ che ero io che te dovevo cojiona’… e mò?”

G-(mentre indossa la sottana per raggiungere Andreone e le sue clienti): E mò niente. A Terencie, me dispiace. Che te devo da di’? Va’ a regge' er moccolo a li due cornutoni…che io vado e regge er moccolone alle due zozzone, me sa che domani sarta l'immersione ah ah ah!”

T- “Ma toglime ‘na curiosità, com’è che parli romanesco? “

G-“A boccaloneee! io so’ toscana come lo sei tu”

T-“A Giulie’! Te la posso di’ ‘n’urtema cosa?”

G-“Mmh, di’! Anche se ce lo so già!”

T-“Sei proprio ‘na grandissima z…”

G-“… a te e a tutti li mortacci tuoi accompagnati fino alla quinta generazione! Ne devi ancora da magna' de pane pe’ arriva’ ai miei livelli… magari la trovi una come vuoi tu, che se fa attacca' bottone da te, er bottoncino, magari 'a camicetta d' 'a Barbie eh eh. Ciao Terencie, senza rancore!”