sabato, maggio 5

Io avevo sete


Io avevo sete e mi diressi verso la fontanella della piazza, dimenticando che era eternamente rotta. Poco prima di raggiungerla degli stranieri extracomunitari, forse del Marocco, mi fecero dei cenni. Erano a bivacco nei giardini, seduti sull’erba con bottiglie di birra vuote al centro del gruppo, palesemente ebbri. Dapprima pensai che volessero una sigaretta. Alla mia risposta negativa mi chiesero se avessi un attimo di tempo, per parlarmi. Acconsentii, poiché proprio allora stavo cercando di portare a termine una scocciatura che non aveva termine per mia pigrizia, e la condizione di quei derelitti era indubbiamente peggio della mia. Mi chiesero di dove fossi ed uno di loro mi disse che conosceva quei luoghi. Non avevano ancora una gran padronanza dell’italiano. Alcune cose le afferravo, altre no. Ma capii dove volevano arrivare. “Tu vedi noi, dove siamo?!”, presero il discorso alla larga. Avevano l’ orgoglio residuo di non chiedermi direttamente dei soldi, volevano che capissi da me, volevano giustificare la loro richiesta. Farfugliarono qualche parola, qualcuno si frapponeva per precisare per soccorrere la spiegazione del compagno. Finché quello di loro che mi aveva fermato, con gli occhi tristemente strabici, intervenne perentorio sugli altri: “No! forse meglio dire…”. Cioè senza mezzi termini mi disse se potevo dare loro pochi soldi. Poi rivolgendosi al suo amico: “Bisogna parlare chiaro”. Io non ebbi il coraggio di negargli qualcosa, più di quanto mi avessero chiesto. Mi ringraziarono, poi mi domandarono un po’ di me, se credevo in Dio, che cosa facevo nella vita. Mi strinsero tutti la mano. Era come se cercassero di sdebitarsi, e lo fecero: mi augurarono di avere tanto coraggio. Io li ringraziai e dissi loro che speravo nella fortuna. Fu qui che rimasi colpito dalle loro parole: “No fortuna! La fortuna lasciala a Dio, coraggio, coraggio, ti auguriamo di avere tanto coraggio”.

Lungo il tragitto del ritorno pensai a quella parola: coraggio. Dunque coraggio non è un augurio, non ti può piovere dal cielo, il coraggio o ce l’hai o non ce l’hai. Ma la volontà, la preparazione non erano necessarie?

Allora mi ritornarono in mente le parole di una lettera che mi scrisse un uomo, un grande uomo, che mise sempre al primo posto i principi di libertà e uguaglianza, lui mi augurava di ‘soffrire, soffrire, soffrire’, detto così sembra un malaugurio, ma dietro quelle parole mi stava dando un insegnamento che forse non ho mai avuto il coraggio di seguire sino in fondo; per lui misurando il grado della nostra sofferenza si poteva capire se stavamo facendo le cose per bene, se stavamo seguendo e lottando per i nostri principi senza tradirci. La sofferenza è la prova che il nostro impegno è reale, va verso la giusta via, che portiamo avanti con le nostre forze ciò in cui crediamo.

Dopo una discreta meditazione compresi che anche questa sofferenza è inclusa nella parola coraggio. Bisogna averlo se si vuole combattere. Le parole di quegli esseri abbandonati erano stillate da la dura prova della vita, erano loro che cercavano coraggio e mi contraccambiarono con il sapere più prezioso che avevano imparato. La prova su se stessi, soffrivano e solo con il coraggio potevano resistere. Non potevano che avere detto una verità. Molto più sincera di altre verità uscite dalla bocca di grassi e agiati filosofi accademici. Quei cinque malconci nord africani mi avevano espresso molto più di qualsiasi saggio satollo. Bisogna avere il coraggio di soffrire per andare avanti, il coraggio di soffrire quando la vita si fa in salita.

2 commenti:

Mary ha detto...

Ora che ho scovato il tuo blog, non ti darò tregua...Intendo come commentatrice, non preoccuparti, ancora non ho la sindrome da Paolini...

Sabry ha detto...

coraggio...che parola impegnativa! io credo di non averne mai avuto di coraggio, in particolare ora (e ne avrei un bisogno stratosferico)! la vita purtroppo è quasi sempre in salita..
buona giornata!!