martedì, maggio 15

Una serata a Viros



Il viale alberato che costeggia il mare senza spiaggia è uno dei luoghi di rappresentazione degli indigeni. Dudo seduto sul muretto vedeva passare le belle ragazze di Viros, un gran campionario di fisicità e caratteri, vestiti aderenti, trucco alla moda. Grasse e magre, basse e alte ognuna metteva in mostra la parte migliore del proprio corpo. Ed era difficile capire se qualcuna fosse veramente brutta. Di comune c’era l’ostentazione. Chi era tutta bella non aveva problemi, vestiva come le pareva. Qualcuna dal viso spento faceva in modo che l’osservatore fosse attratto dalle belle gambe, nude sino all’inguine o stringevano la vita per esaltare i fianchi, i soliti vecchi rimedi. Quelle grasse si guardavano bene dallo scoprirsi e puntavano sull’eleganza, erano le più gelose del loro abito, facevano attenzione a non sporcarlo, i gesti lenti e le sedute controllate, dopo tutta la fatica per trovare un vestito che le snellisse; puntavano anche sul trucco, potevano spacciare la loro paffutella faccia per un bel viso di bambola: rosso sulle guance, occhi ingranditi dal mascara e labbra cariche come würstel rosolati. Chi aveva una bella dentatura restava con la bocca aperta come una paresi e rideva sempre, anche senza ragione, tanto da far pensare di trovarsi dinanzi ad una donna estremamente felice, estremamente stupida o estremamente innamorata, le donne innamorate annullano per il loro amore il sessanta per cento della loro intelligenza. Le più piccole portavano un top che lasciava scoperto l’ombelico; alcune signore nascondevano le rughe sotto uno spesso strato di cerone, fondo tinta e fard che rendeva il loro viso lucido e scuro come un livido. La potenzialità erotica delle signore era di gran lunga superiore a quella delle ragazze. Anche se non era nelle intenzioni, i loro sguardi erano carichi di doppi sensi. Per gli uomini, più o meno appariscenti, il modo migliore di mettersi in mostra era il vestito. Solo i ragazzi denudavano i bicipiti, freschi di palestra, ma erano ristretti nel cerchio della loro compagnia. Le ragazzine in due o tre camminavano allungando lo sguardo oltre la folla, sempre in cerca di un loro amore inconsapevole e parlavano, parlavano, discutevano della strategia d’attacco. Ma se lo incontravano diventavano rosse e perdevano la parola, di solito parlava quella al quale meno le interessava. Dopo passato si lasciavano andare a squittii e risatine, si giravano e tornavano all’attacco. Tutti attori tranne i bambini che rappresentavano se stessi senza alterazioni, scappavano, piangevano, correvano attratti dal viale che sembrava una pista, cadevano nelle trappole tese dai venditori ambulanti, cinesi, neri, dell’Est Europa che vendevano giocattolini e cianfrusaglie. Il bimbo si fermava e incominciava a lagnarsi con il padre, deciso a non comprargli nulla. C’erano le coppiette di ferro con lei avvinghiata al suo uomo, più era bruttina più era incollata e lo guardava in estasi. Oppure c’era un elegante giovanotto che cingeva dolcemente la sottile vita di una bomba sexy intenta a compiacersi di se stessa attraverso gli occhi sgranati degli ammiratori. Ma quando passava il pezzo da novanta allora era tutto un torcicollo, un fermarsi, un commentare senza voce, a mascelle cascanti. La top model altissima, dalle gambe infinite fendeva la folla lasciando aperto il varco. A quel punto tutte le altre sembravano insipide e i difetti truccati venivano a galla come una cartina al tornasole: gambe tozze, labbrone dipinte o labbrette rinsecchite dove il rossetto si aggrumava, bassine, spanciate, ossute, volgari nella voce e nei gesti e, perché no, anche frigide.
La rappresentazione si ripeteva identica tutte le sere, cambiavano gli attori ma i personaggi erano gli stessi. Dudo non provava più interesse a star seduto e guardare la folla, aveva una sensazione di vuoto che dopo poco lo costringeva a scappare, come esposto a delle radiazioni mortali. Aveva simpatia solo per quei padri, condannati a rincorrere i figlioli tra la gente, ad alleviare i loro pianti isterici, a portarli in braccio, mentre le mogli sfilavano, incuranti delle lamentele della prole, dei limiti della pazienza del coniuge. Il tempo perso a cercare il vestito adatto, le scarpe, la borsetta, il trucco giusto non potevano essere sprecati per correre dietro un monello. Il marito sapeva, non diceva niente; forse per tutta la settimana era stata lei ad accudire il pargolo, a sgolarsi, ora toccava a lui. Solo una sera in cui la moglie camminava su una passerella per capire se ancora era piacente, se la vita coniugale aveva intaccato il suo sentirsi giovane o il suo sexy appeal. Ecco perché lo sguardo di queste donne era più intenso di quello delle ragazzine, volevano capire…capire se il giovanotto che le guardava lo faceva con desiderio o con indifferenza. Se il rapido responso era positivo scappava loro un sorriso, non riuscivano a trattenerlo, era una piccola eruzione di felicità, misurata e composta come si conviene ad una madre di famiglia. Bastava questo perché si sentissero appagate per il resto della settimana, di nuovo a combattere col figlio demonietto, consolandosi di essere comunque delle “belle mamme”.

2 commenti:

balua ha detto...

Solo un passaggio veloce per un saluto.. e i soliti complimenti.. ma oramai sono più che scontati!!!!!!

Notte!!!!

fabio ha detto...

Sì, Baluccia, che lo so, grazierrimo!
Notte